L’ultima frontiera del feticismo algoritmico è qui.
Artificialmente generata, umanamente degenerata.
Deepfake di persone con sindrome di Down, coinvolte in contenuti sessuali, circolano in rete. Vulnerabilità che sono simulate, sfruttate, messe in vendita. Video, come altri, costruiti per soddisfare una domanda specifica e monetizzare.
Mentre c’è chi si batte ancora per l’inclusione, dandole altri nomi, reinterpretando; c’è chi usa la tecnologia per riprodurre e amplificare vecchi meccanismi di marginalizzazione.
AI, algoritmi e mercato del feticismo
Un’inchiesta di 404 Media ha rivelato che esiste una rete di account su Instagram che crea e promuove video pornografici deepfake con volti generati al computer che imitano le caratteristiche fisiche di persone con sindrome di Down. I contenuti vengono monetizzati attraverso piattaforme esterne simili a OnlyFans, e il sistema è alimentato da bot e algoritmi pensati per aggirare i controlli. Le biografie, i link e perfino i video sono riciclati da account a account, in una catena industriale dello sfruttamento. È il lato oscuro dell’AI generativa, usata non per democratizzare l’accesso all’espressione creativa, ma per alimentare nicchie di mercato costruite su fantasie degradanti e sulla manipolazione di un’estetica della vulnerabilità.
Linguaggio, identità e rappresentazione
Ciò che rende questo fenomeno ancora più inquietante è la sua ambiguità linguistica e culturale: si appropria di codici dell’inclusività – la visibilità delle persone con disabilità, la sessualità non normativa, la rappresentazione – per ribaltarli e svuotarli di significato. L’uso dell’AI, in questo caso, non amplia le possibilità di rappresentazione, ma le simula e le distorce, offrendo una parodia dell’identità. Non si tratta di dare voce o corpo a soggettività marginalizzate, ma di sfruttare la loro immagine – o meglio, la loro caricatura – per profitto. Una contraffazione perfetta, che in certi casi diventa quasi difficile da contestare proprio perché si nasconde dietro le parole della libertà e dell’inclusione.
Cultura digitale e disumanizzazione normalizzata
Quello che sta accadendo con questi deepfake non è un’eccezione: è parte di una tendenza più ampia in cui la tecnologia viene usata per replicare e amplificare vecchie forme di oppressione. Molti settori – dalla pubblicità alla SEO – stanno ormai producendo contenuti automatizzati in massa, descritti come “AI slop”, spazzatura creata per manipolare visibilità e monetizzazione. In questo panorama, anche il linguaggio perde spessore, e l’identità diventa solo un asset da ottimizzare. L’assenza di regolamentazione, l’opacità delle piattaforme e la complicità degli algoritmi ci restituiscono una cultura digitale che normalizza la disumanizzazione. È il momento di smascherare queste dinamiche, e di ridefinire cosa intendiamo davvero per rappresentazione.
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