Nominare definisce le cose. E così, da sempre, noi lo chiamiamo “Pianeta Blu”. Abbracciato dagli oceani, avvolto nelle nuvole, attraversato dai fiumi. Minacciato dai ghiacciai. Che dallo spazio sembra un pallido pallino blu, una sfera di marmo celeste.

Blu, anche se negli ottomila esametri dell’Odissea, Omero non descrive mai il mare come blu.

Siamo così sicuri che l’acqua sia davvero il segno distintivo del nostro pianeta?

Il colore che definisce la Terra

Le fotografie della Terra dallo spazio che hanno fatto la storia ne ritraggono il suo guscio blu. “The Blue Marble”, scattata nel 1972 dagli astronauti della missione Apollo 17, e “Pale Blue Dot”, titolo suggerito da Carl Sagan per l’immagine scattata dalla sonda Voyager 1 nel 1990, hanno rivelato all’umanità l’aspetto della Terra vista dallo spazio. E “Blue Origin” è il nome dall’azienda di Jeff Bezos che ha da poco eseguito il lancio del suo razzo riutilizzabile, il New Glenn. Un nome che vuole celebrare e dichiarare le radici terrestri, per gli umani del futuro, per chi forse è là fuori.

Eppure, sebbene l’acqua occupi circa il 70% della superficie della Terra, si trova anche altrove: sulla Luna e su Marte, anche se in altre forme, diverse da quella liquida.

Cosa ci distingue

Il nostro sguardo, tipico del mondo industrializzato, è abituato a percepire il colore come tinte precise, quando invece per secoli è stato percepito come sembianza complessiva delle cose. Come volume, densità, trasparenza. Così prende senso anche il “mare color vino” dei versi omerici.

“Pianeta Blu” è la scelta linguistica di chi è abituato a settorializzare, a incasellare i concetti in confini delimitati. Di chi considera una definizione tale solo senza sfumature. Di chi è affetto da un daltonismo semantico.

Il nostro pianeta non è il pianeta azzurro, ma il pianeta verde.

Dice Stefano Mancuso, perché senza le piante sarebbe sterile, come Marte, come Venere.

Storie di alberi

Nel suo podcast Di sana pianta (Chora Media, 2024), Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale di prestigio mondiale, racconta storie di alberi.

Alberi come fossero umani. E non solo, banalmente, alberi solitari e longevi; ma anche alberi sfortunati, puzzolenti, musicali, addirittura ingannatori. Ogni episodio ha un aggettivo che vedremmo meglio su una persona e racconta una storia appassionante quanto potrebbe esserlo quella di un individuo.

Gli alberi che, come oggetto della narrazione di attualità, sono vittime di incendi sempre più preoccupanti: dai numerosi che assistiamo ogni estate in Europa ai più recenti e disastrosi di Los Angeles, affiancati da altri allarmi ambientali, che ci costringono a riflettere sul cambiamento climatico e cosa sta succedendo al nostro pianeta.

Scegliere un colore

Qui ci interroghiamo sul linguaggio.

La Terra con i suoi alberi gentili, pazienti, generosi e – perché no – simpatici, avrebbe un destino migliore se la chiamassimo Pianeta Verde? Se alle piante dessimo una connotazione umana?

Se cominciassimo, a partire dalla lingua che parliamo, a dare più importanza al verde che riveste la Terra, potremmo favorire delle politiche più ecologiche?

Il linguaggio forgia e definisce. Includere il verde nel nostro dialogo è un invito e un tentativo a essere più sensibili verso l’ambiente, a far sì che l’impegno per la sostenibilità diventi quotidiano, così quotidiano da passare prima di tutto per le parole.

Riccardo Falcinelli nel suo Cromorama, dopo aver illustrato il mare omerico, solleva una questione:

Il rapporto problematico tra ciò che vediamo e come decidiamo di nominarlo.

Per ridefinire il nostro rapporto con il pianeta forse dovremmo parlare di più delle nostre origini verdi.