Prima è nato il green hushing.
Quel fenomeno per cui le aziende tendono a minimizzare o addirittura a non comunicare le proprie iniziative di sostenibilità ambientale, per timore di critiche o per mantenere un vantaggio competitivo là dove queste cause lo minerebbero.
Adesso, sempre più brand stanno abbandonando le politiche DEI: diversità, equità e inclusione.
Un’onda cominciata tempo fa, con Harley Davidson in testa e altri marchi dal target più eterogeneo, e che ora coinvolge tutte le maggiori aziende americane, comprese le grandi Amazon, Google e Meta.
Si pone quindi una nuova questione.
Cosa succederà e come si comporteranno quelle aziende che ancora credono nelle iniziative volte all’inclusione?
Di che DEI parliamo
Le politiche DEI si occupano di aspetti molto diversi tra loro: dall’equità salariale all’equilibrio vita-lavoro, passando per l’accessibilità linguistica a quella per le persone disabili, alla gestione delle ferie per feste religiose, permessi parentali per i padri e addirittura spazi riservati all’allattamento.
Iniziative volte a migliorare i posti di lavoro di chiunque, cercando di accogliere bisogni di persone moderne, più attente alla propria salute mentale e alla ricerca di ambienti accoglienti per ogni tipo di situazione.
Iniziative che molte aziende, quelle più orientate all’attenzione verso chi lavora per loro e che meglio recepiscono i bisogni contemporanei, continueranno a portare avanti.
Iniziative che, del resto, esulano (in parte) dalla crociata anti-woke, quella relativa all’identità di genere, all’orientamento sessuale, come alla rappresentazione di qualsiasi minoranza, proprio perché riguardano chiunque.
Inclusion hushing
Nello scenario che si è delineato, l’adozione di politiche inclusive appare quasi un rischio. I passi indietro di numerose aziende, ancor prima dei recenti risvolti politici, lasciano intuire dei cambi di direzioni dettati dalla volontà di evitare uno svantaggio competitivo, fondato o temuto.
Se esporsi sulle tematiche inclusive costituisce un inconveniente, quelle aziende che vogliono continuare a portare avanti questa causa potrebbero decidere di farlo in modo discreto, avviando un fenomeno di silenzio analogo a quello legato alla sostenibilità.
Le aziende potrebbero infatti continuare a praticare iniziative votate all’inclusività ma senza renderlo manifesto, per evitare i rischi dell’esposizione.
Un comportamento che limiterebbe ulteriormente la diffusione di queste pratiche, nate per affrontare problemi reali di disuguaglianza e discriminazione che persistono in vari settori.
Quiet inclusion
C’è un altro fenomeno, all’apparenza lontano, che è interessante prendere in considerazione, poiché ruota anch’esso intorno al silenzio: il fenomeno del quiet luxury.
Quiet luxury è stato tradotto come “lusso silenzioso” e fa riferimento a uno stile che rifiuta l’ostentazione e, anzi, predilige la discrezione. Non si esibiscono marchi né loghi vistosi, la qualità si nasconde nei dettagli, in un’eleganza sussurrata, in un lusso sobrio. È il trionfo di materiali pregiati, sartorialità impeccabile e design atemporale, senza bisogno di dichiararlo a gran voce.
Questa filosofia del lusso si lega a una narrazione più intima e consapevole, che mette al centro il valore intrinseco dell’oggetto piuttosto che il suo riconoscimento immediato.
Togliere l’acronimo DEI potrebbe essere come togliere un’etichetta, nasconderla, ma preservarne il valore, segnando l’avvento di iniziative di inclusione silenziose, in questo senso più nobile.
Non più dichiarate, esibite, urlate. Adottate in modo discreto quanto necessario, sottile quanto permanente.
Equity over inclusion
C’è poi un grande nodo linguistico.
Porre l’accento sul concetto di diversità favorisce la strada verso la parità o accentua le differenze?
Nel senso che, se la diversità fosse alla pari, in un modo naturale (e utopico), forse non la chiameremmo nemmeno diversità – pur riconoscendo forme, aspetti e situazioni eterogenei.
La parola più interessante nell’acronimo DEI è, in questo senso, equity: una parità che, se esistesse, sfuggirebbe a qualsiasi identificazione secondaria.
Forse allora, è giunto il momento per l’inclusione di radicarsi in un modo più profondo. Per esistere, per essere vera.
Senza essere chiamata, dichiarata, nominata con etichette che hanno finito per dividere.
Migliorando il mondo, senza far rumore.
Perché il mondo sarà davvero inclusivo solo quando l’inclusività sarà spontanea e scontata. E quindi, silenziosa.
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