C’è un momento, nelle dinamiche di comunicazione pubblica, in cui tutto si decide: non quando parli, ma quando non parli. Quando rimani immobile a due centimetri dal baratro dell’ambiguità e aspetti che passi la tempesta senza accorgerti che, nel frattempo, la tempesta sta scegliendo un bersaglio al posto tuo. E spesso sei tu.
Prendiamo la querelle attorno a Sydney Sweeney.
Un perfetto caso di studio su come non gestire una narrativa che ti riguarda.
Jeans o genes? Quando il copy fa boom
Tutto parte da una campagna American Eagle diventata virale: “Sydney Sweeney has great jeans”. La battuta, brillante fino a un momento prima, nascondeva un doppio senso evidentissimo: “jeans” come pantaloni e “genes” come geni. In altre parole: Sydney Sweeney ha dei “gran bei geni”. Geni bianchi. Geni perfetti. La beauty WASP ideale.
Era bastato questo per accendere discussioni sulla presunta estetizzazione della “superiorità genetica” bianca. Temi delicati che nella cultura americana non sono mai slegati dalla politica.
La polemica sembrava essersi raffreddata, finché GQ non ha pubblicato un’intervista in cui la giornalista Katherine Stoeffel ha fatto la domanda più ovvia e inevitabile del mondo:
«Lei era consapevole delle possibili letture del claim? Vuole chiarire la sua posizione?»
Risposta di Sweeney, con sguardo truce che è subito diventata un meme è granitica:
“Quando avrò qualcosa di cui voglio parlare, la gente lo saprà da me.”
Un muro. Un “no comment” travestito da empowerment.
E da quel momento, apriti cielo.
Quando non ti schieri, qualcuno ti schiera
Il web ha fatto ciò che gli riesce meglio, ha riempito il silenzio con l’ipotesi più rumorosa: “Sweeney è un’influencer dell’estrema destra”. Sono ricominciate le voci sulla sua vicinanza ai giovani trumpiani in Florida. L’etichetta è rimasta incollata come un post-it bagnato: difficile da togliere, troppo facile da rilanciare.
Poi è esploso il caso “Christy”, il nuovo film in cui interpreta una donna pugile lesbica. Un ruolo che avrebbe potuto essere un ponte, un’occasione di rappresentazione, un gesto di apertura. Invece: contraccolpo. Sospetto. Scetticismo.
Non perché Sweeney non possa interpretare personaggi queer, chiariamo, ma perché ha scelto il silenzio proprio nel momento in cui quel ruolo chiedeva però un posizionamento chiaro, umano, empatico.
50 sfumature di inclusione che non prevedono il grigio
Comunicare in maniera inclusiva non vuol dire prendere posizione politica su tutto. Vuol dire rendersi conto di quando il contesto richiede una parola e capire che alcune di esse, soprattutto se sei una celebrità o un brand affermato, non sono opinioni e pongono un problema di responsabilità narrativa.
Se l’immagine pubblica di Sydney Sweeney è quella della “ragazza americana perfetta”, figlia dell’ideale WASP che interpreta una donna queer in un film che parla di identità, relazioni e marginalità si entra in uno spazio narrativo che non è possibile trattare con distacco. Non funziona. Non passa. Non regge.
Dire “parlerò quando avrò voglia di parlare” è disconnessione, non empowerment.
È un modo elegante di lasciare agli altri il privilegio (e il rischio) di interpretarti.
Il paradosso del silenzio potente: non protegge, espone
La Sweeney credeva di chiudere la questione evitando il dibattito, ma realtà l’ha spalancato.
Perché da sempre e soprattutto nel 2025, il silenzio non è neutro. Il silenzio parla.
Il peggio è che quando parla senza di te, non sempre dice la verità, anzi tende quasi sempre a raccontare una versione dei fatti che ti danneggerà.
Le persone, i media, i social non tollerano il vuoto semantico: lo riempiono, è una questione di Gestalt.
Certo, se l’unica informazione chiara arriva da voci di corridoio e sospetti, saranno quelli a costruire la tua identità pubblica e quella del brand.
La lezione per chi comunica e per noi tutti
Non si tratta di “fare la cosa giusta” per apparire progressisti.
Si tratta di capire che le storie che raccontiamo anche come individui, come brand, come professionisti hanno un impatto reale. Che quando entri in una narrazione che non è solo tua ma comprende una comunità, un’identità e un vissuto devi entrarci con coscienza.
Non basta evitare lo scivolone: serve presenza. Essere inclusivi significa dire: “so che queste parole hanno peso e non fuggo dal loro significato”.
Perché quando non ti schieri, non stai rimanendo neutrale né tantomeno stai salvando capra e cavoli. Stai solo lasciando che siano gli altri a decidere chi sei e quella, quasi sempre, è la forma meno elegante (e meno efficace) di comunicazione.
In-scrivo: dare forma alle parole prima che le parole ci diano forma
In casi simili, è ancora più importante scegliere In-scrivo perché il linguaggio è una scelta di presenza. È la capacità di riconoscere le figure che emergono nelle aziende, nei team, nelle campagne, nelle relazioni professionali e di non lasciare che siano gli altri a interpretarle al nostro posto.
Una cultura inclusiva nasce esattamente da questo: dal non restare in silenzio quando il contesto chiede chiarezza; dal non delegare al rumore esterno la narrazione interna; dal non credere che la neutralità ci protegga.
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