Patriarcato e comunicazione inclusiva: cosa significa davvero per gli uomini

L’8 marzo è  passato. Come ogni anno abbiamo visto mimose, campagne aziendali, post celebrativi e, inevitabilmente, qualche discussione sul fatto che la Giornata internazionale della donna serva ancora oppure no. La risposta breve è: sì, serve ancora. Forse serve anche a fare un altro ragionamento.

Perché quando si parla di patriarcato e parità di genere, spesso sembra che la conversazione riguardi solo le donne. Come se fosse una questione che gli uomini possono osservare da bordo campo.

In realtà non è così. Il patriarcato è un sistema culturale che ha favorito gli uomini per secoli, certo. Ma ha fatto anche un’altra cosa: ha imposto loro un modello molto rigido di cosa significhi essere “uomini”. E quel modello, a guardarlo bene, non è proprio una passeggiata di salute.

Il manuale invisibile della maschilità

Il patriarcato è una struttura sociale con tanto di manuale di istruzioni culturale con regole molto chiare per ogni uomo.

Devi essere forte. Devi essere competitivo. Devi cavartela da solo. Devi controllare le emozioni. Piangere? Meglio evitare, penseranno che tu sia un debole. Avere paura? Non sta bene. Cosa sei? Un coniglio? Chiedere aiuto? Un “vero” uomo non ci pensa neanche.

Molti uomini crescono con questo copione addosso senza nemmeno accorgersene perché fa parte della narrazione e lo incontrano ovunque: nei film, nello sport, nelle battute tra amici, nei modelli familiari.

Il risultato è che a tanti viene insegnato, molto presto, a tagliare fuori pezzi importanti della propria esperienza emotiva. Il punto è che le emozioni non funzionano come un rubinetto. Se provi a chiuderle, non spariscono. Cambiano strada. A volte diventano silenzio. A volte distanza. A volte solitudine.

Il privilegio che non si racconta

Dire che il patriarcato favorisce gli uomini è vero ed è altrettanto vero che questa è una fotografia incompleta, perché quel sistema chiede anche una performance continua: essere sempre all’altezza, sempre sicuri, sempre forti. Spoiler: nessun essere umano è sempre così. E quando il modello è impossibile da raggiungere, molti uomini non si sentono privilegiati.

Si sentono in difetto e non è un caso se alcune statistiche molto dure, dal suicidio alla solitudine sociale, riguardano in modo sproporzionato proprio gli uomini. Non perché siano più fragili, ma perché spesso hanno meno spazio culturale per dire che stanno male.

E il linguaggio cosa c’entra?

C’entra parecchio. Il linguaggio è il modo in cui definiamo cosa è accettabile essere. Pensiamo a frasi che abbiamo sentito mille volte:
“Fai l’uomo.”

“Non fare la femminuccia.”

“Gli uomini non piangono.”

Sembrano battute innocue e sono piccoli mattoni culturali. Ogni volta che le ripetiamo, stiamo dicendo agli uomini che la vulnerabilità è fuori dal loro repertorio possibile.

La comunicazione inclusiva prova a fare una cosa molto semplice: allargare il vocabolario dell’essere umano e sì, questo riguarda anche gli uomini.

Più parole, più possibilità

Quando parliamo di linguaggio inclusivo pensiamo spesso a visibilità e rappresentazione (giustamente). Il linguaggio inclusivo libera le persone dai ruoli troppo stretti. Se smettiamo di associare forza e maschilità, forse possiamo immaginare uomini che siano forti e sensibili. Se smettiamo di ridicolizzare la fragilità, forse diventa più facile parlarne e quando le persone trovano parole per raccontarsi diventano più libere.

Non meno uomini. Più umani.

Quindi: resta, vile maschio? Piuttosto: resta, parla, complicati la vita.

Il patriarcato ama le identità semplici: uomini forti, donne accudenti, emozioni ben ordinate. La realtà, per fortuna, è più ricca di così.

La comunicazione inclusiva serve a restituire complessità alle persone e quando succede le persone respirano meglio. Per una boccata d’aria fresca, clicca qui.